Il primo, storico tentativo di mappare la ferita umana conseguente al Peccato Originale si cristallizzò nell’analisi dei Vizi Capitali. Questa catalogazione, affinata dai Padri del Deserto, rappresentò un passo fondamentale nel cercare di comprendere gli istinti disordinati che oggi definiamo concupiscenza.
Un’analisi rigorosa e protologica non può ignorare un dettaglio cruciale: per la tradizione più antica, in particolare quella degli Eremiti del Deserto e della teologia Ortodossa, i vizi capitali non erano sette, bensì otto.
La successiva, e arbitraria, riduzione del numero a sette da parte della Chiesa Cattolica (nella sua evoluzione istituzionale) non fu un mero atto di semplificazione didattica, ma un primo passo verso una confusione concettuale che avrebbe sminuito la vera natura delle ferite del peccato di Adamo. Questo elenco non nacque come strumento per instillare colpa, ma come strumento diagnostico per identificare i sintomi più evidenti della natura umana danneggiata.
La semplificazione di comodo della concupiscenza

Tuttavia, nonostante il suo valore storico, il modello dei Vizi Capitali è oggi obsoleto e drammaticamente insufficiente.
La concupiscenza, come abbiamo dimostrato, è un problema biologico e genetico di immensa complessità, una manifestazione del genoma ibrido che varia drasticamente da individuo a individuo. I Sette (o Otto) Vizi Capitali rappresentano, nel migliore dei casi, solo una mappa iniziale di un territorio sconfinato.
La Chiesa Cattolica, continuando a presentare i Vizi Capitali come lo strumento primario per scandagliare la concupiscenza, si affida a un metodo obsoleto e incompleto. Questa scelta è dettata dalla comodità istituzionale: mantenere l’ambiguità e la semplicità di un concetto morale universale per evitare di affrontare la realtà biologica, genetica e diseguale della concupiscenza. L’ammissione della sua complessità obbligherebbe a una diagnosi scientifica e ad abbandonare il modello di controllo basato sul modello “spirituale” superato.
La carne contraria allo Spirito secondo Paolo di Tarso

Ecco la definizione di concupiscenza, così come riportata per intero dal Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) al punto 2515:
La «concupiscenza», nel senso etimologico, può designare ogni forma veemente di desiderio umano. La teologia cristiana ha dato a questa parola il significato specifico di moto dell’appetito sensibile che si oppone ai dettami della ragione umana. L’Apostolo san Paolo la identifica con l‘opposizione della « carne » allo « spirito ». È conseguenza della disobbedienza del primo peccato. Ingenera disordine nelle facoltà morali dell’uomo e, senza essere in se stessa una colpa, inclina l’uomo a commettere il peccato.
Nel CCC, in seguito, vengono poi aggiunti anche limiti umani, le malattie e la morte come parte della concupiscenza. Tale definizione, il conflitto «carne» e «spirito» è ripresa da ciò che spiega Paolo di Tarso:
Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. ~ Galati 5, 16-17
Il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce la concupiscenza come un’inclinazione al male, il risultato di un conflitto tra la “carne” e lo “spirito” ereditato dal Peccato Originale. Questo approccio, pur riconoscendo il conflitto derivato dalla carne, spesso lo relega a una mera debolezza morale o spirituale, suggerendo che sia superabile principalmente attraverso la volontà e la grazia. Emerge, così, un’evidente contraddizione tra quello che afferma Paolo e quello che la Chiesa cattolica vuole ridimensionare a un semplice “disordine morale”.
La natura biologica del peccato originale

La lotta tra la “carne” e lo “Spirito” descritta da Paolo di Tarso non è un’allegoria morale, ma il resoconto di una guerra biologica e strutturale in corso. L’errore del modello istituzionale sta nell’aver negato l’evidenza della natura umana:
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L’uomo è biologia: L’essere umano è, primariamente, una creatura biologica. La “carne” è il patrimonio genetico e il sistema neuronale a cui l’anima si unisce nel momento del concepimento.
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Il contagio del genoma ibrido: Lo Spirito viene da Dio e rimane incontaminato, ma l’anima viene contaminata nel momento in cui si innesta in un corpo che porta in sé le conseguenze dell’ibridazione della specie umana, come ampiamente spiegato in molti nostri articoli. La concupiscenza non è una “macchia ” , ma la manifestazione fisica del genoma ibrido in conflitto.
Se la concupiscenza fosse solo una questione di volontà, sarebbe un problema spirituale uniforme. Ma poiché la sua origine è biologica, è per forza di cose genetica.
Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre. ~ Salmo 51, 7
Chi cerca di ridurre il Peccato Originale a un problema puramente spirituale nega la Sacra Scrittura stessa (che parla della carne) e ignora l’evidenza della natura umana. La concupiscenza è la sintesi dei nostri istinti bestiali, dei limiti psicofisici, delle malattie genetiche e delle ferite del Peccato Originale, un problema fisico, quantificabile e diseguale. E come notò anche San’Agostino, rifacendosi al Salmo 51, ritenese che il peccato originale si trasmettesse per generazione nel concepimento. Del resto, se si tratta di un male ereditario non potrebbe essere diversamente. Chi spiritualizza il Peccato Originale e la concupiscenza nega spudoratamente la Sacra Scrittura e ignora l’evidenza della natura umana. La concupiscenza è un problema fisico, genetico e diseguale.
La prova empirica della concupiscenza diseguale – La biologia ineguale

Se la concupiscenza fosse solo una debolezza morale, essa sarebbe, per definizione, uniforme, risolvibile con la sola disciplina spirituale e la grazia. Tuttavia, il genoma ibrido genera una ferita che si manifesta in modo diseguale, quantificabile e drammatico.
Le evidenze biologiche e neurologiche dimostrano in modo inequivocabile l’insostenibilità del modello universale:
1. Il fattore chimico e gli istinti quantificabili
L’azione di ormoni come il testosterone e di specifici neurotrasmettitori influenza direttamente la forza degli istinti (aggressività, competizione, desiderio sessuale). Una persona con livelli ormonali elevati sperimenta una concupiscenza più intensa e difficile da controllare rispetto ad altri. Questo dimostra che la concupiscenza è una realtà fisica, misurabile e diseguale, non una condizione morale astratta che colpisce tutti allo stesso modo.
2. La gravità del genoma negli Istinti patologici
L’esistenza di una predisposizione genetica alla pedofilia o l‘attitudine innata di un serial killer non rientra nel campo di applicazione dei Sette Vizi Capitali. Questi individui vivono una concupiscenza di natura e intensità patologica, un istinto coatto imposto da una grave ferita genomica. Questi non sono atti di pura “volontà malvagia”, ma la manifestazione più estrema della corruzione biologica ereditata.
3. L’istinto della paura per la diversità
Anche il razzismo rientra nella concupiscenza, ed è parte di una serie di istinti che rendono l’uomo potenzialmente razzista, anche se idealmente rifiuta ogni forma di discriminazione.
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La persona che si sente in colpa per questo istinto, sperimenta la concupiscenza come un disordine biologico profondo che non può essere spento con la sola educazione sociale.
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Questa tendenza, come la pedofilia e l’aggressività estrema, è la dimostrazione che i nostri istinti sono geneticamente cablati e variano in forza e natura, obbligandoci ad abbandonare la lettura morale per adottare quella diagnostica.
4. La disuguaglianza nei limiti e nelle malattie
La concupiscenza non si manifesta solo negli istinti, ma nei limiti esistenziali. Patologie come lo spettro autistico, la schizofrenia o il disturbo bipolare, assieme alle malattie genetiche autoimmunitarie e alle malattie genetiche in generale, dimostrano che:
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I limiti di percezione, le capacità emotive e il controllo comportamentale sono il risultato di disordini neurologici e biologici con radice genetica.
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L’umanità è afflitta da una condizione miserabile che impone sofferenze, limiti e malattie diverse e ineguali a ogni individuo fin dalla nascita.
Pertanto la Chiesa cattolica deve ammettere che la concupiscenza non è uguale per tutti, perché varia in base al patrimonio genetico ereditato durante il concepimento, proprio come suggerisce la Scrittura.
La radice del disastro – L’ibridazione del genoma umano

Se la concupiscenza è un problema genetico diseguale, la domanda ineludibile è:
Cosa ha reso il patrimonio genetico umano così strutturalmente disgraziato?
La risposta risiede nell’atto protologico di ibridazione narrato in Genesi, un evento che ha compromesso per sempre la purezza della specie:
L’evento di Genesi 6: Il contagio genomico
La caduta dell’Uomo (il peccato di Adamo) innescò la possibilità di un contagio con la nascita di un essere ibrido: Caino, come spiegato anche nell’articolo: “La stirpe di Caino e la stripe di Set ”. L’evento culminante fu l’unione descritta in Genesi 6: l’incrocio tra i Figli di Dio (la stirpe originaria e perfetta) e le figlie degli uomini (la stirpe cainita, portatrice di una natura bestiale ibrida).
Questo non fu un semplice incrocio morale, ma un vero e proprio disastro genetico.
La prova scientifica di un pool genomico unico
L’evidenza di questo evento ibridatorio è scritta nella nostra biologia. La nostra specie vanta un pool genetico immensamente vasto e complesso, un unicum eccezionale in natura.
Tale varietà non è semplicemente il frutto dell’evoluzione naturale, ma la conseguenza diretta della fusione di due stirpi radicalmente diverse. Il genoma malato che causa la concupiscenza, cioè i limiti, le malattie autoimmunitarie e gli istinti diseguali è il risultato diretto e tangibile di questa ibridazione.
La concupiscenza è la guerra biologica tra l’eredità divina e quella bestiale, ed è la prova che l’umanità non è semplicemente “caduta”, ma è stata ibridata e drammaticamente ferita nella sua natura biologica e, conseguentemente, anche spirirituale come conseguenza indiretta.
La Resurrezione della carne – L’unica cura per il genoma malato

Il percorso diagnostico che abbiamo intrapreso è giunto a una conclusione ineludibile: la concupiscenza non è un problema morale risolvibile con la sola volontà, ma la manifestazione di un genoma ibrido corrotto alla radice dall’ibridazione di Genesi 6.
Conclusione: come sconfiggere la concupiscenza
Se la diagnosi è biologica, anche la terapia definitiva deve agire sul piano fisico. È su questo che la promessa centrale del Cristianesimo trova la sua coerenza logica:
L’unica cura per il problema della carne ferita dal peccato di Adamo è la Resurrezione della Carne promessa da Gesù Cristo.
Questa non è una metafora spirituale, ma l’atto di rigenerazione fisica. La Resurrezione Universale non è solo il ritorno alla vita senza peccato, ma la rigenerazione totale del patrimonio genetico umano, l’eliminazione definitiva della ferita biologica e la fine della guerra interna che affligge l’uomo. Solo in questa «nuova creazione» la concupiscenza, con i suoi istinti bestiali e i suoi limiti patologici, sarà sradicata.
Figure come San Paolo di Tarso e Sant’Agostino avevano intuito questa natura carnale e strutturale del peccato. Tuttavia, l’istituzione ecclesiastica ha preferito per secoli mantenere una dottrina vaga e morale (i Sette Vizi Capitali). Nell’ultimo secolo lo ha fatto per comodità e per evitare un confronto con le prove biologiche che avrebbero reso il Peccato Originale indagabile con il metodo scientifico.
Il nostro scopo non è la colpa, ma la consapevolezza. La concupiscenza è la nostra miseria ereditata; la via per la libertà non passa per la negazione di questa realtà, ma per la presa di coscienza che l’unica soluzione è la Cura offerta dalla rigenerazione genetica promessa da Dio. Il Santissimo Sacramento, in tal senso, è come una trasfusione di sangue che comincia il processo di riparazione della nostra natura devastata dal peccato di Adamo.


