Il Capodanno e la paura del vuoto
Ogni 31 dicembre, il mondo si ferma per inscenare una delle più grandi ed antiche recite collettive della storia umana. Crediamo di festeggiare un traguardo (il nuovo anno), ma se osserviamo i meccanismi che muovono le nostre mani e i nostri pensieri, scopriamo che il Capodanno non è una festa: è un atto di guerra contro il tempo. Si tratta di una festività universale: i riti del Capodanno sono antichi e universali in tutte le tradizioni umane.
Il Dio della soglia e il tradimento del calendario

Mentre il Cristianesimo tenta di ricondurre il passaggio del tempo a una dimensione di gratitudine e preghiera (il Te Deum), la nostra psiche resta ancorata a Giano. Questo dio non è un simbolo benevolo; è il mostro bifronte che sorveglia la frattura tra ciò che è morto e ciò che non è ancora nato. Il rito cristiano celebra la continuità dell’anima e benedice il tempo passato; il rito antico e pagano celebra la rottura del tempo. Abbiamo bisogno del 1° gennaio, perché non sopporteremmo l’idea di un tempo lineare che scorre infinito senza mai fermarsi. Il calendario è l’armatura che indossiamo per non impazzire di fronte all’abisso dell’Eternità. Ma è anche un insieme di riti per affronatare la paura dell‘ignoto: il futuro.
La tecnologia del caos: botti e rumore

Perché l’uomo moderno, razionale e tecnologico, sente il bisogno di far esplodere il cielo a mezzanotte? Non è gioia. È esorcismo sonoro. Nelle antiche tradizioni pagane che sopravvivono, il passaggio d’anno era il momento in cui i confini tra i mondi si assottigliavano. Il rumore — dai cocci rotti gettati dalle finestre ai fuochi d’artificio — serve a spaventare le larve del passato o lo spettro dell’anno vecchio. È un grido di difesa: stiamo facendo rumore per convincere noi stessi che siamo ancora vivi e che il caos non ci inghiottirà nel buio del nuovo ciclo. Si tenta di scacciare l’anno vecchio, immaginato come essere logoro, e ciò di negativo associamo ad esso, cercando di scacciarlo con rumeri assordanti. Non si benedice il tempo come nel Cristainesimo, non si fa tesoro della nostra storia. Ma la si scaccia, nella speranza che il rito possa cambiare meglio il nostro futuro anno.
Il sangue e l’Eros: Il segreto della biancheria rossa

Qui il rito si fa carnale e profondo. L’usanza di indossare biancheria rossa per propiziare il sesso e la fortuna è il residuo di una magia simpatetica primordiale.
Mentre la morale cristiana invita alla temperanza e alla santificazione del corpo, il rito del rosso agisce su un piano puramente biologico e protologico:
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Il Rosso è il Sangue: Simboleggia la vita che scorre, l’energia che non deve spegnersi. Ma anche l’ancestrale volontà di diffodere il proprio retaggio.
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Il Sesso è la Sfida: Propiziare l’eros nell’ultima notte dell’anno significa piantare un seme di immortalità nel momento della massima decadenza del tempo. È l’antico desiderio d’immortalità dell’uomo, attraverso l’atto sessuale o riproduttivo. Emerge, dunque, la natura cainita presente in ognuno di noi.
Indossare il colore del fuoco sulle zone della generazione non è un gioco scaramantico; è un comando impartito alla natura. È l’uomo che dice:
Nonostante il tempo muoia, io genererò ancora.
È la ribellione della carne contro il decadimento cronologico.
La fame propiziatoria: Mangiare il futuro

Lenticchie, chicchi d’uva, melograni. Mangiamo oggetti tondi che richiamano la forma delle monete, ma anche quella dei semi. In antitesi alla cena cristiana che è condivisione e carità, la cena di Capodanno è un pasto sciamanico. Ingeriamo simboli di abbondanza per “infettare” il futuro con la nostra volontà. Non stiamo cenando; stiamo cercando di corrompere il destino. Questo è palese, tanto da essere ribadito in alcuni show televisivi di tutta Europa. Si tratta di un vero e proprio “rito magico ” . Nel Cristianesimo, invece, si prega affinché la volontà di Dio sia compiuta nell’anno che verrà. Da un lato si vuole condizionare l’anno con la volontà umana e dell’altra si ammette che la volontà di Dio è l’unica che conta.
Te Deum

Se il rito pagano cerca di “corrompere” il futuro con lenticchie e simboli di fertilità, il rito cristiano di fine anno cerca di ordinare il passato. Attraverso il canto di ringraziamento, il tempo cessa di essere un nemico da scacciare e diventa una “storia di salvezza ” . La Chiesa tenta di sostituire il volto ambiguo di Giano con quello della Vergine Maria (celebrata il 1° gennaio) o con il rito della Circoncisione di Gesù, trasformando la soglia di sangue pagana in una soglia di alleanza. È il tentativo estremo di battezzare il caos: dove il pagano grida per non essere divorato dall’anno nuovo, il cristiano prega per trovare un senso nel tempo che scorre, cercando l’eterno dentro il cronologico.
Conclusione
Abbiamo razionalizzato questi riti chiamandoli “tradizioni” o “folclore”. Ma la verità è più inquietante: se domani smettessimo di compiere questi gesti, saremmo ancora capaci di guardare il futuro senza terrore? Siamo schiavi di un meccanismo arcaico che ci costringe a negoziare ogni anno la nostra sopravvivenza con forze che non comprendiamo più, ma che continuano a governarci dal profondo del rosso che indossiamo e del fragore che scateniamo. Le tecnlogie e il progresso invece di cancellare queste supterstizioni le hanno amplificate, uniformando il Rito di Capodanno in tutto il globo. Questo perché la nostra natura da figli degli uomini prende sempre il sopravvento.


