Gesù e gli Dei: L‘equivoco della guerra al politeismo ha portato a uno scontro efferato tra politeisti e cristiani. Il Cristianesimo moderno è il figlio di un errore strategico colossale: l’aver ereditato l’antagonismo tribale del monoteismo ebraico contro “gli altri déi”. Quella che è stata celebrata come una vittoria della “Verità” sull’idolatria è stata, in realtà, l’inizio di una cecità ontologica che dura da duemila anni. La Chiesa non ha sconfitto la superstizione; ha semplicemente steso un velo di burocrazia teologica su una realtà divina estremamente più complessa e regale che non era in grado di gestire, perché inconciliabile con la mentalità monoteista trasmessa dagli ebrei divenuti cristiani.
Il paradosso della provincia: Perché Gesù a Roma sarebbe riconosciuto “Figlio di Dio”
C’è un’ironia tragica nella scelta geografica della Redenzione. Se Gesù fosse nato in una qualsiasi altra provincia dell’Impero Romano — dalla Gallia alla Grecia, dall’Egitto alla Bitinia — il Suo riconoscimento sarebbe stato immediato.
Nel mondo cosiddetto “pagano“, la categoria del Figlio di Dio non era un’eresia, ma una realtà prevista dalla gerarchia del cosmo.
Gesù rispose loro: “Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dei?” ~
Giovanni 14, 30
I politeisti non avevano pregiudizi spirituali che gli impedissero d’identificare una natura superiore che camminava tra gli uomini. Al contrario, il monoteismo granitico del popolo ebraico è stato un muro: un Dio astratto, distante e solitario è diventato l’alibi perfetto per negare la presenza della Famiglia di Dio in terra. Il “muro” ha vinto sulla “chiave”. Una chiave di lettura sulle nostre origini: in principio tutti erano già divinizzati, perché Figli di Dio. Il Cristianesimo, pur sviluppandosi tra i politeisti, ha scelto di ereditare il muro generato dalla cecietà del popolo ebraico che negava la stessa Scrittura quando essa alludeva alla possibilità della divinizzazione dell’umanità decaduta o alla perfezione della Stirpe di Set.
La fede dei gentili
«Il centurione rispose: “Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: ‘Va”, ed egli va; e a un altro: ‘Vieni’, ed egli viene; e al mio servo: ‘Fa’ questo’, ed egli lo fa”. All’udire questo, Gesù ne restò ammirato e disse a quelli che lo seguivano: “In verità vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande!“» ~ Matteo 8, 8-10
Senza tale muro ci sarebbe state in ogni caso persecuzioni e incomprensioni tra cristiani e politeisti, ma sicuramente sarebbe stata un conflitto portato avanti in maniera meno sanguinaria o meno verace. Perché i politeisti erano più aperti ad accettare il concetto di “Figlio di Dio”. Naturalmente, non si vuole sminuire il valore dei martiri cristiani di quel tempo. Ma di fatto esistevano alternativa: Dialogare con i politeisti per spiegargli il Cristianesimo non come antitesi del politeismo, ma come spiegazione ultima della realtà divina. Una possibilità non contemplata dal monoteismo granitico che ancora oggi sopravvive più per rafforzare l’antropocentrismo come unico vero errore teologico (Dio ha creato l’uomo, non ha generato Figli).
Oltre l’Uno e i Molti: La monogenesi dinastica
Dobbiamo smettere di parlare di “monoteismo” — un termine che puzza di sottomissione a un monarca burate — e iniziare a parlare di Monogenesi Dinastica.
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L’Unica Origine: Esiste una solo Origine: Dio Padre, una sola Sorgente increata.
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La Stirpe Eterna: Ma questa Sorgente non regna su sudditi; essa genera Figli della sua stessa sostanza.
Il politeismo antico non era un‘invenzione fantastica, ma il ricordo distorto di questa Dinastia, o l‘usurpazione del titolo da parte di entità che ne scimmiottavano il potere. Se la Chiesa avesse spiegato che Cristo è il Primogenito o il Prediletto di una stirpe divina, i Figli di Elohim (Gn 6, 1-5), a cui anche l’uomo è chiamato a ricongiungersi, forse la battaglia contro i templi sarebbe stata diversa. Non serviva abbattere Giove; serviva spiegare chi fosse realmente il Padre di tutti gli Dèi e chi l’usurpatore (Lucifero).
Cronaca di un’estinzione: I residui della Stirpe di Set
Quelle che oggi chiamiamo “mitologie” sono in realtà i “fossili biologici” della Stirpe di Set, ricordati a latitudini diverse. Prima che l’ibridazione umana diventasse totale, alcuni regni tentarono di arginare la deriva attraverso l’isolamento genetico dei Figli di Dio e la teocrazia.
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I Faraoni dell’Antico Egitto: L’incesto regale non era un tabù morale, ma una strategia di contenimento. Spostare la propria sorella, in una stirpe circoscritta, era l’unico modo per non inquinare il patrimonio dei Proto-uomini con le tare dell’ibridazione.
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I Re-Sacerdoti di Sumer: Figure “divine per due terzi” che documentano letteralmente la perdita progressiva della natura originale.
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I Maharaja e le Caste Ariane: Un sistema nato per impedire il Varna-sankara (la confusione delle stirpi), cercando di preservare la memoria dei Deva in un mondo che stava diventando “labioso”.
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Gli Inca e la Stirpe Solare: Una gerarchia ontologica dove la vicinanza di sangue al sovrano determinava il grado di appartenenza alla realtà spirituale.
Il ricordo ancestrale: Il Pantheon come Famiglia Reale
Se osserviamo i grandi sistemi mitologici — dall’Olimpo greco all’Asgard norrena, dalle corti celesti della Mesopotamia ai Deva vedici — emerge un pattern costante che nessuna “superstizione” può giustificare: gli Dei sono sempre presentati come una Grande Famiglia Reale.
Non sono entità isolate, ma una dinastia con gerarchie, legami di sangue, conflitti dinastici e successioni. Questo non è un caso di “antropomorfismo” (l’uomo che proietta se stesso nel cielo), ma un ricordo ancestrale invertito. L’umanità ibrida ha conservato la memoria di quando la Stirpe di Set governava la Terra come una realtà tangibile e regale.
Teologicamente, questo ricordo è distorto ma profondamente valido: riflette la Monogenesi Dinastica prima che venisse frammentata dal peccato originale e dall’ibridazione. I “miti” non sono favole, sono il tentativo dell’uomo decaduto di umanizzare una maestà che non riusciva più a comprendere, trasformando i Figli di Dio in “personaggi” per rendere tollerabile la loro assenza. Accettare il politeismo come memoria di una famiglia reale significa ammettere che il cielo non è vuoto, ma è la Casa del Padre da cui siamo stati esiliati.
Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore; se no, vi avrei detto io che vado a prepararvi un posto? ~ Giovanni 14, 2
L’Idolatria moderna: Lo Scientificismo e l’Uomo-Dio
Mentre la Chiesa dava la caccia agli idoli di pietra, non si accorgeva che il monoteismo “vuoto” stava preparando il terreno per le peggiori idolatrie della storia: Lo Scientificismo e l’Antropocentrismo. Senza la consapevolezza della Monogenesi Dinastica, l’uomo ibrido ha messo sé stesso al centro dell’universo. Ha trasformato la Scienza in un culto e la propria carriera in una religione. Il bigotto che si stranisce leggendo queste righe è colui che preferisce essere il servo di un Dio lontano piuttosto che affrontare la responsabilità che Dio non crea Uomini né Angeli. Ma genera Figli che in principio erano e sono Déi. L’ibridazione umana ha cancellato la Santa Stirpe di Set e riempito il mondo di Cainiti: Uomini bruti e senza Dio, non più a immagine e somiglianza del Divin Padre. Per tanto mettere l’uomo al centro, pensando che la realtà trascendente non sia vera condivisione della divinità, è un errore grave e fatale.
Il ritorno al Sangue Reale
La guerra al politeismo è stata efferata perché i cristiani hanno fatto propria l’ossessione monoteista. Hanno preferito il controllo del “Monolite” alla libertà della “Dinastia”. Ma oggi, tra le rovine di un mondo che adora se stesso, la Verità delle Origini riemerge: non siamo creature nate dal nulla Ma i rami secchi di una pianta regale che aspetta solo di essere innestata di nuovo nel tronco della Santa Stirpe di Set.
Conclusione
La monogenesi dinastica si rivela la sintesi perfetta perché trasforma l’astrazione metafisica di “Dio” nel linguaggio primordiale di ogni civiltà: l’appartenenza. Mentre le teologie classiche spesso separano il Creatore dalla creatura attraverso abissi di colpa o trascendenza irraggiungibile, la visione dinastica parla di una consanguineità dello spirito che ogni cultura, dall’Antico Egitto alla Roma Imperiale, ha sempre cercato di codificare. Essa spiega Dio non come un giudice esterno, ma come il Capostipite di una stirpe luminosa; non siamo sudditi di un regno straniero. Ma eredi di un trono regale. In questa prospettiva, la “Luce” non è più un simbolo vago. Ma il DNA di una famiglia divina che si frammenta nella moltitudine per potersi riabbracciare nell’unità. Definire Dio attraverso la monogenesi dinastica significa restituire all’essere umano l’opportunità di entrare nella nobiltà originaria. Offrendo a ogni cultura un ponte identitario dove il sacro e l’umano non sono più opposti, ma rami dello stesso, infinito albero genealogico.
