Il lupo dimorerà insieme con l’agnello. ~ (Isaia (11, 6-7)
Esiste un’immagine edulcorata del Paradiso Terrestre che, come abbiamo visto anche nell’articolo “La scomparsa dei mostri del passato in favore dell’uomo”, abbiamo il dovere di smantellare. Se vogliamo rispondere seriamente al mistero del male naturale e all’assurdo proposto dalla teodicea. Anche se divinità incarnate, Adamo e gli altri Figli di Dio erano soggetti alla sofferenza. Con l’aiuto della Genesi Biblica di don Guido Bortoluzzi, non possiamo più immaginare Adamo come uomo etereo e invulnerabile; dobbiamo guardare in faccia la verità: un essere di carne, sangue e, soprattutto, nervi scoperti. Questo non annulla la sua natura divina o il fatto che non conoscesse la malattia e la vecchiaia. Ma i Figli di Dio non erano esseri invulnerabili come lo sono tuttora nel trascendente. L‘assenza di dolore impedisce il conflitto. E, pertanto, la cresciuta voluta da Dio nella più piena libertà per tutti i Suoi Figli. Per tale motivo, essi sono liberi davanti a quella tavolezza bianca che all’inizio era la Terra pronta ad accogliere la vita.
La della Mitezza di Dio e il palcoscenico della ferocia
Il punto di partenza è un urto frontale tra due verità inconciliabili, che molti nel corso della storia hanno denunciato ai cristiani senza però ricevere mai risposte oneste. Da un lato abbiamo Dio non più inteso in modo tirannico, ma come Colui che mai prevarica: Il Mite Agnello. Dall’altro, abbiamo la realtà oggettiva del palcoscenico in cui l’Uomo viene calato: un mondo di predatori apicali a dire poco feroci. Un mondo dove il più forte domina il più debole.
Milioni di anni fa, gli oceani e le terre emerse non erano un giardino incantato, ma il dominio del Megalodonte e del Livyatan melville, cioè di macchine biologiche progettate per lo sbranamento. Qui nasce la prima contraddizione:
Perché il Padre, che è Mitezza assoluta, pone Suo Figlio in un sistema governato dalla violenza e dalla legge del più forte?
Il predatore apicale non è solo un animale; è l‘antitesi ontologica dell‘Agnello.
La vulnerabilità di Adamo
Se Adamo fosse rimasto una creatura puramente ultraterrena, sarebbe stato un osservatore distante. Ma la Genesi Biblica ci rivela che Adamo, calato nell’immanenza, doveva “pesare” la vulnerabilità della materia terrestre di cui ora faceva parte. Dio Padre mostra a don Guido un dettaglio importante: Adamo, cercando di raccogliere del miele, viene punto dalle api. Il suo corpo non respinge il veleno, ma si gonfia di bubboni. Adamo non è invulnerabile!
Questo dolore non è un errore di calcolo. Adamo doveva provare dolore, paura e sconcerto come tutti gli altri esseri viventi. E anche la sua sensibilità non era un difetto di fabbrica, ma lo strumento per percepire l’alterità di una natura che non gli somigliava. Per quanto il mondo gli fosse stato donato, nell’immanente non era il re della catena alimentare, ma il testimone di un altro ordine, un gigante dai sensi acuti costretto a tremare davanti all’aggressività della biologia.
La paura universale: un sistema di terrore sincronizzato
Dobbiamo riconoscere che la paura non è un’esclusiva umana, ma il linguaggio universale della biosfera. Lo squalo prova terrore nei confronti dell’orca al punto da tale da svuotare intere zone dell’oceano della sua presenza; la scimmia è paralizzata davanti alla tigre, il topo si pietrifica come una statua davanti al gatto. La creazione è un oceano di terrore dove ognuno può sviluppare le sue paure più acute in base all’esperienza, una catena di tensioni dove ogni creatura vive in uno stato di allerta perenne.
Adamo, in quanto Figlio di Dio, è l’unico essere capace di trasformare questo istinto in sconcerto. In lui, la paura animale si fonde con la consapevolezza divina e la ragione umana. Il raccapriccio che proviamo oggi — quella fobia viscerale o lo shock che ci toglie il fiato davanti la violenza presente nella creazione — è il “residuo adamitico” in noi: la reazione di un’anima fatta per la pace che urta contro la legge della prevaricazione che sta alla base di tutto il creato.
Il mirroring del trauma: la ricerca del terrore
Questa dinamica spiega il nostro legame con la narrazione della violenza e il cinema dell‘orrore. Quando guardiamo uno schermo, riattiviamo involontariamente lo sconcerto ancestrale. Il “raccapriccio” è la ribellione della carne contro un’immagine che la nostra parte più profonda rifiuta. Siamo attratti dall’orrore perché è l’unico modo che abbiamo per tentare di elaborare, in un ambiente protetto, una realtà che sentiamo estranea e nemica. Se non provassimo sconcerto, saremmo parte del sistema; se lo proviamo, apparteniamo a un altro regno: quello dell‘empatia, la comprensione del dolore altrui. Infatti, chi non prova empatia è antisociale ed estremamente pericoloso per gli altri.
La natura empatica e sensibile dei Figli di Dio
Siamo certi che i Figli di Dio non fossero esseri distaccati. Anzi, tutt’altro. Amavano e godevano della bellezza più di noi, così come sapevano odiare e rimanere sconvolti di fronte la violenza ben oltre la nostra limitata natura ibrida. Lo sappiamo nel momento più traumatico per Adamo, quando i capelli gli si sbiancarono per lo shock di aver visto Abele morto a terra, ucciso dal fratellastro Caino. Qui Adamo non soltanto non ammise il proprio errore, quello di aver generato Caino, ma venne disintegrata la sua aspettativa che i Figli di Dio godevano di una protezione speciale rispetto agli esseri viventi del creato. Eppure Adamo aveva già sofferto per via del dolore delle punture delle api e per l’aggressione di Lilith quando cercò di portagli via la bambina.
Il silenzio del Padre e le aspettative infrante
La tragedia finale di Adamo risiede nel crollo di sua una certezza spirituale. Egli entra nel mondo convinto della propria invincibilità, certo che la sua origine lo renda intoccabile e che Dio interverrà come uno scudo tra lui e il pericolo. L’idea che i Figli di Dio siano invulnerabili, anche se vivono in un mondo dove la prevaricazione è il motore dell’intero ecosistema, si scontra brutalmente con la morte dell’amato figlio: Abele.
Ma Dio Padre tace. In quel silenzio si compie l’atto d’amore più terribile: la concessione della libertà totale. Dio non bara con la creazione. Se Adamo deve essere parte di essa, deve esserlo senza paracaduti divini. Il Padre gli fa capire che la Terra è un’arena reale dove il predatore è libero di essere feroce e il Figlio di Dio è libero di essere vittima.
Vincere lo scenario di terrore non significa veder sparire il predatore per miracolo, ma restare l’Agnello mentre si sperimenta la vulnerabilità. Quando i capelli di Adamo imbiancano davanti al corpo di Abele, egli realizza che Dio non fermerà mai la mano di Caino, perché la libertà è più sacra della sicurezza e la migliore pedagogia possibile. Anche gli esseri divini lasciati nudi in un mondo di zanne, chiamati a restare umani nell’unico palcoscenico dove il Padre ha scelto di non intervenire per metterci davanti alle nostre responsabilità.
La ribellione
Pur essendo Figli di Dio, il dolore e l’orrore per la morte dei propri cari è talmente intenso che prima Adamo giurò vendetta a Dio Padre, riempiendosi il pugno pieno di sperma: un modo chiaro per dire al Divin Genitore che non lo servirà più, rinunciando a procreare altri Figli di Dio. Poi è la volta degli altri Figli di Dio di Genesi 6, che per colpa del dolore patito dalla rapacità della stirpe di Caino, creano un esercito di mostri ibridi: i Nephilim. E compromettono la loro stessa specie con un ulteriore atto di ibridazione. Gli uomini ibridi, noi figli degli uomini, non avendo la consapevolezza spirituale e innata dei Figli di Dio, non percepiamo Dio e cadiamo nel nichilismo e nel materialismo, generando altri terribili orrori se viene a mancare l’empatia, sotto il peso di una concupiscenza devastante.
Conclusione
Nella Genesi Biblica Dio Padre sostiene che la creazione è perfetta, almeno prima della nascita di Caino. Per quanto mi riguarda tale frase non vuole sposare la violenza del creato, altrimenti Dio sarebbe davvero il demiurgo cattivo dipinto dagli gnostici. Piuttosto vuole farci capire che il creato senza la dissonanza dell‘ibridazione sposta l‘attenzione dei Figli di Dio dal problema reale, le loro scelte rispetto il creato, a uno secondario: la presenza della stirpe di Caino, che diventa il problema principale per tutti i Figli di Dio.
Forse senza l’ibridazione il creato avrebbe potuto per sempre cambiare, cioè diventare l’Eden perfetto dipinto nell’arte sacra, se i Figli di Dio avessero preso atto che ciò che avevano plasmato sulla tavolozza di Dio Padre era in antitesi con ciò che Lui propose in principio a tutti loro, proprio come abbiamo provato a spiegare nell’articolo dedicato al ruolo di Lucifero.
